Moshe Feldenkrais
Aspetti di una tecnica:

Primo congresso internazionale di psicodramma
PARIGI 1964

INVECE DI UNA PREFAZIONE ...

Questo testo è stato composto in fretta, nello spazio di pochi giorni. Non trovo di meglio che farlo precedere dalle parole scelte da Paul Valéry per introdurre il suo dialogo su "L'idea fissa":

"Questo libro è figlio della fretta. Ve lo diamo per quello che è: un'opera di circostanza, del tutto improvvisata. Sebbene fosse destinata a un pubblico fra i più attenti - il corpo medico - si è dovuto fare presto, con tutti i rischi, le imprudenze e le impurità che implica la precipitazione nel lavoro. Quando la parola preme alla mente, tale vincolo esterno le impedisce di reggere i suoi stessi vincoli. Trascura dunque i bei modelli che si era formata; abbandona ogni rigore proprio; si alleggerisce nel modo più immediato, con la minima resistenza e risponde a se stessa secondo una propria casualità."

M. FELDENKRAIS

L'IMMAGINE DI SE'


Ognuno regola la propria condotta secondo l'immagine che si è fatta di sé. Se si desidera cambiare la propria condotta si dovrà dunque cambiare questa immagine.

Che cosa è l'immagine di sé? Noi constatiamo un'immagine corporea: che è quella dei contorni, dei rapporti degli arti cioè dei rapporti spaziali, temporali, delle sensazioni cinestetiche. Vengono poi i sentimenti o emozioni e i pensieri. Tutto questo forma un insieme collegato.

Come si è formata l'immagine di sé? Ciascuno ha l'impressione che il suo modo di parlare, di camminare, di comportarsi sia l'unico possibile per lui, personale e immutabile: si identifica in esso e crede di essere nato così. Il suo giudizio dei rapporti spaziali, dei movimenti, il suo modo di tenere la testa, di guardare, ecc... gli sembrano innati, e crede sia possibile cambiarne solamente la velocità, l'intensità e l'estensione. Tuttavia, tutto ciò che è importante dal punto di vista dei rapporti sociali, cioè dei rapporti di un uomo con gli altri è acquisito attraverso un lungo apprendimento: si impara a camminare, a parlare, a vedere in un'immagine dipinta o fotografata la terza dimensione, ed è dalla casualità dei luoghi di nascita e dell'ambiente di una persona, che dipende quello che saranno i suoi movimenti, il suo atteggiamento, la lingua che parlerà, ecc...

Così quando impariamo un'altra lingua, rechiamo sempre traccia di un accento, il che significa che un'educazione acquisita in precedenza disturba l'acquisizione di una nuova. Provando a sedersi alla giapponese o all'indù, si incontra difficoltà a riorganizzare il proprio corpo in questa nuova configurazione, l'abitudine ne ostacola l'apprendimento. Dunque dal momento che la prima formazione è dovuta alla casualità della nascita, la difficoltà che si prova per cambiare un'abitudine, fisica o mentale, ha poco a che vedere con l'ereditarietà e l'individualità, ma è propria di qualsiasi cambiamento di abitudine già acquisita.

Vediamo così che la difficoltà non è legata alla sostanza dell'abitudine, ma al suo ordine temporale, cioè alla priorità di un'abitudine anche se acquisita per caso. Questo mette in evidenza che l'immagine di sé è, anch'essa, acquisita a caso nella vita. S'impone dunque questa domanda: è possibile apportare dei cambiamenti che permetterebbero di imparare nuovi modi di comportamento diversi per scelta e che siano tanto adatti alla persona quanto quelli che ha acquisito, senza rendersene conto nel corso della sua vita?

Bisogna comprendere che non miriamo semplicemente a sostituire un'azione con un'altra (quello che chiamiamo "statica" ma miriamo a cambiare il modo d'agire, cioè operiamo sulla "dinamica" e sul processo dell'attività in generale.

Prima di andare oltre, varrà forse la pena di fare una piccola esperienza che permetterà di sentire questa possibilità e non soltanto di comprenderla.

Stendetevi a pancia in giù e piegate il ginocchio in modo che il piede sia verso l'alto, vedrete allora che il rapporto tra il piede e la gamba è personale, cioè gli angoli nelle direzioni cardinali non saranno gli stessi per tutti. Se per chiarire meglio mettiamo, ad esempio, un libro sulla pianta del piede, il piano del libro non sarà parallelo al pavimento, ma avrà un'inclinazione particolare per ogni individuo, e i punti di contatto della pianta del piede con il libro avranno una distribuzione ugualmente individuale. Ci si accorgerà che i muscoli della gamba e del piede mantengono un rapporto di contrazione l'uno rispetto all'altro, e anche senza sostenere peso, la muscolatura non prende una configurazione neutra (come ci si potrebbe aspettare quando il piede è libero da ogni funzione nel campo di gravità tranne quella di portare il proprio peso). La persona agisce secondo l'immagine di sé, e questa configurazione tutta personale è oggettivamente avvertita come la più semplice e accompagnata dall'impressione di non fare nulla di particolare. Le configurazioni abituali sono dunque impresse nel sistema nervoso che reagirà all'eccitazione esterna attraverso questa configurazione abituale già pronta e non saprà formarne un'altra su richiesta della realtà esterna. Nel cambiamento dinamico che noi consideriamo, si tratta di liberare il sistema nervoso dalle sue configurazioni compulsive e di permettergli un modo d'azione o di reazione non dettato dalla sua abitudine, ma dalla situazione del momento.

Ritorniamo all'esercizio proposto. E’ sufficiente eseguire una ventina di movimenti al rallentatore per poter seguire mentalmente i percorsi del piede o di differenti parti del piede nello spazio; ad esempio: flettendo ed estendendo il piede, cercate di fissare l'attenzione sul movimento del tallone nello spazio, e di seguire questo movimento contemporaneamente a quello dell'alluce, del quinto dito, e delle altre dita una dopo l'altra; occorrerà fare attenzione alla riduzione di intensità del movimento per facilitare il cambiamento che si produrrà. Per ogni dito si proverà un grado di difficoltà del tutto personale. La difficoltà consiste nei diversi livelli di chiarezza e nella discontinuità che si verifica nel susseguirsi delle immagini di orientamento.

Se ora cercate di eseguire con la punta del piede un movimento circolare e di localizzare chiaramente nello spazio la posizione del tallone durante la rotazione in modo che, fermando il movimento di rotazione in un punto qualunque, voi possiate rendervi conto nettamente della posizione del tallone, scoprirete con sorpresa delle difficoltà straordinarie in certi punti e una estrema facilità in altri. Continuate il movimento al rallentatore, accentuandolo, facendo dei piccoli archi al posto delle rotazioni complete e ad ogni arresto provate a rendervi conto della posizione della punta del piede e dei tallone in rapporto alla gamba, poi tornate indietro percorrendo la stessa traiettoria tracciata dal tallone e dalla punta del piede, e ripetete questo movimento fino ad ottenerlo con una certa facilità. Provate quindi a ruotare la punta del piede da destra a sinistra seguendo il movimento del tallone nella direzione opposta.

Noterete facilmente che il tallone non disegna una linea orizzontale, ma si comporta in modo del tutto diverso, all'estremità destra e all'estremità sinistra del suo movimento. Per cambiare questo, mettete la punta del piede all'interno, cioè il tallone a destra, poi ruotate la punta del piede a sinistra e il tallone a destra per arrivare alla posizione diagonalmente simmetrica, ma passando alcune volte dall'arco inferiore del cerchio di rotazione, altre volte dall'arco superiore. Continuate molto lentamente fino a che potete ruotare il tallone e descrivere un cerchio seguendo mentalmente la posizione della punta del piede. E' necessario che per punta del piede si intenda di volta in volta ciascuna delle cinque dita del piede. Fate il contrario e ruotate la punta del piede seguendo mentalmente il tallone fino a che le configurazioni spaziali diventino sempre più chiare, semplici e facili come i movimenti personali che fanno parte dell'immagine di sé, perché essa sola sembri, da tutti i punti dello spazio fin dall'inizio, semplice, chiara e facile.

Continuando nell'esercizio, non bisogna fare sforzi di volontà, ne insistere sui punti difficili, ma quando si incontrano,, semplicemente ricominciare da zero. Noterete che in ogni punto dove proverete delle difficoltà a seguire il filo delle immagini di orientamento, si produrrà un cambiamento corrispondente nella respirazione. E' sufficiente, nel momento difficile, interrompere l'azione per constatare che la respirazione riprende il suo ritmo normale; dunque c'era un arresto della respirazione. Se fate attenzione alla continuità del ritmo respiratorio, troverete che la continuità delle immagini d'orientamento spaziale del tallone e della punta del piede diventano sempre più facili. Ci si stupirà di scoprire che il tempo trascorra e che una mezz'ora passi in pochi istanti.

Se ora voi allungate la gamba (destra), vi renderete conto che (la gamba destra) sembra più lunga. Proverete un cambiamento di sensazione cinestetica non soltanto nell'articolazione e nella muscolatura del piede (destro), ma anche di tutto il lato destro del corpo intero: l'occhio destro sembrerà più aperto e, in effetti, lo sarà; tutto il lato destro del viso sembrerà - e del resto lo sarà - più lungo, la sua muscolatura distesa, eccetera...

Mettendovi in piedi potrete percepire un cambiamento radicale nell'uso, nella cinestetica e nella sensazione del piede (destro) al contatto del suolo e molteplici cambiamenti personali di tutto il lato (destro). Così, la rotazione della testa sarà più estesa e più facile verso destra che verso sinistra. Alzando lentamente il braccio destro sopra la testa, poi, dopo averlo abbassato e facendo lo stesso, con il braccio sinistro, constaterete un aumento di leggerezza del movimento del braccio destro...

Se, invece che con il tallone, si eseguisse un esercizio, - simile nella tecnica e nei dettagli - con la testa, inclinandola e raddrizzandola con movimenti lenti e, così facendo, dirigendo l'attenzione sui dettagli di orientamento spaziale e sulle relazioni delle diverse parti del lato sinistro, cioè, della testa con la spalla, la clavicola, la colonna vertebrale, ecc... si scoprirebbe ugualmente un cambiamento del tono latente di tutto il lato sinistro fino alle dita del piede sinistro.

Si impone dunque una conclusione di capitale importanza:

1) Mentre i due lati partecipano ugualmente e simmetricamente nei movimenti di inclinazione e raddrizzamento della testa, il cambiamento tonico e la crescita della sensazione di benessere del lato sinistro e la facilità di controllo ottenuta sono solo del lato dove si sono resi coscienti i rapporti spaziali di orientamento. Praticamente i movimenti in sé, il controllo della muscolatura, il suo funzionamento, sono di un valore trascurabile al di fuori del miglioramento della circolazione e degli altri benefici del movimento in generale. Il cambiamento ottenuto attraverso un movimento simmetrico dei due lati risiede unicamente nel lato dove i rapporti spaziali d'orientamento sono divenuti più chiari e più coscienti. E' interessante notare che il cambiamento si produce in tutto il lato dell'arto sul quale si è lavorato e non nel lato opposto, cioè il cambiamento si è fatto attraverso una via extra-piramidale.

2) Un'altra constatazione è che il cambiamento si è prodotto in qualche parte del sistema nervoso centrale, visto che concerne tutto il lato, per intero, sul quale si è lavorato.

3) Il cambiamento non scompare istantaneamente, ma può durare parecchie ore o addirittura parecchi giorni, dipende dal tempo dedicato all'esercizio e soprattutto dalla chiarezza della visione dei rapporti spaziali, oltre che dalla ritenzione mnemonica della differenza tra i due lati.

L’importanza di ciò che accade nel sistema nervoso, attraverso questa tecnica, può essere accentuata maggiormente dal fatto che si può ottenere lo stesso effetto nel lato opposto a quello sul quale si è ottenuto il cambiamento in questione con un lavoro puramente mentale e questa volta, senza nessun movimento, ma semplicemente dirigendo metodicamente l'attenzione sulla sensazione cinestetica diversa e da un lato e dall'altro. Mentre il primo effetto è stato ottenuto in una mezz'ora o in un'ora, la direzione metodica, cioè punto per punto, dell'attenzione sulla differenza sentita nella muscolatura e nell'articolazione dei due lati, dalle dita fino alla sommità della testa, non durerà che due o tre minuti. Se si continua fino a equalizzare completamente la sensazione nei due lati, l'effetto ne risulterà aumentato perfino nel lato originale.

Forse la cosa più importante da mettere in evidenza è che l'uso abituale della testa oppure del piede sul quale si è appena lavorato, ha potuto dare alla persona una soddisfazione completa; ma il contrasto ottenuto deve fare apprezzare quanto l'uso che la persona ha di sé per abitudine sia lontano da ciò che potrebbe fare o anche era destinato a fare - questo è quanto crediamo di poter dimostrare in seguito.

La teoria e la pratica dimostrano che, nell'immagine di sé, ci sono delle parti sulle quali il lavoro è più efficace; o piuttosto c'è un ordine di priorità che rende il lavoro più facile e metodico.

Una prima osservazione consiste in questo: il primo rapporto di un neonato con il mondo esterno avviene attraverso la bocca, tralasciando (per il momento) le sensazioni tattili della pelle. Già questi primi contatti attraverso la bocca richiedono l'orientamento della testa nello spazio in una maniera speciale. Poco a poco, l'uso di tutti i nostri sensi: l'udito, la vista, l'olfatto, la produzione di suoni, insomma, l'uso di tutti i telerecettori hanno bisogno del movimento della testa. Poiché gli organi doppi, distanti gli uni dagli altri, permettono l'orientamento della testa, la stima della distanza e della direzione, l'udito, la vista e l'olfatto hanno un'organizzazione molto complessa nel sistema nervoso, che richiede la rotazione della testa sino all'eccitazione uguale dei due organi che orientano la testa nella direzione di provenienza di questa eccitazione; di modo che la testa serve per così dire da periscopio al sistema nervoso per portarvi l'informazione attraverso i sensi.

In ultima analisi, la sola parte che ha un rapporto con il mondo esterno è il sistema nervoso, in quanto i sensi e il corpo gli servono solo come strumento di informazione e d'azione. E' evidente che il movimento della testa, che porta tutti i sensi telerecettori, parteciperà a tutti i movimenti che costituiscono i nostri rapporti con il mondo esterno. Il movimento della testa formerà dunque la parte essenziale dell'immagine di sé; e la colonna vertebrale, posta sul bacino e che permette l'orientamento della testa, e in particolare le parti della colonna che permettono il movimento di rotazione come le vertebre cervicali e lombari, formeranno egualmente una parte importante dell'immagine di sé.

Da questi cenni sommari, possiamo già vedere l'importanza dello scheletro nell'immagine di se stessi, poiché la testa, posta per mezzo della colonna sul bacino, parteciperà a tutte le azioni di orientamento e a tutte le azioni, passive o attive, avendo rapporti con il mondo esterno. La gabbia toracica, con il sistema respiratorio, sospeso su questa colonna, sarà coinvolta, e colorerà ogni movimento; da qui le prime indicazioni per la tenuta della gabbia toracica che deve non solo non disturbare il movimento di orientamento della testa, ma, al contrario, dovrà facilitarlo. Senza entrare in dettagli che esulerebbero dal quadro che ci siamo prefissati, ritorniamo ad alcuni aspetti educativi dell'immagine di sé.

Se ci si sdraia a terra, sul dorso, e si prova ad esplorare mentalmente e metodicamente il corpo intero, si scoprirà che certe parti sono più accessibili di altre all'attenzione e che, in generale, le parti meno accessibili non sono presenti alla coscienza durante l'azione. Si scoprirà inoltre che, in ogni azione, altre parti diventeranno inaccessibili alla coscienza e addirittura, che in alcune persone, certe parti non figurano quasi mai nell'immagine di sé durante l'azione.

Un'immagine di sé completa, che dia la stessa chiarezza e la stessa importanza a tutto il corpo, davanti, dietro e da tutti i lati, è un caso eccezionale e ideale. Chiunque può rendersi conto che l'uso che fa di sé corrisponde alla sua autoimmagine e che questa non è che una parte molto ristretta dell'immagine ideale; potrà anche rendersi conto che i rapporti dell'importanza relativa di un arto o di una parte dei corpo rispetto ad un'altra cambiano con la posizione e l'azione che si intraprende.

Per esempio, provate a chiudere gli occhi e con gli indici delle vostre mani, rappresentate davanti a voi la larghezza della vostra bocca; non è raro trovare degli scarti che vanno fino al 300% nel senso di esagerazione o di sottostima.

Provate ancora, sempre ad occhi chiusi, a rappresentare con le mani dall'avanti all'indietro lo spessore del vostro petto, e in seguito allargando le mani lateralmente, ed infine, verticalmente: sarete stupiti di vedere che il vostro giudizio cambia a seconda della posizione delle mani e che da queste tre prove otterrete tre risultati con scarti valutabili, in alcuni casi, in misura del 100%.

Un'ultima piccola esperienza: chiudete gli occhi, mettete davanti a voi le mani allungate, comodamente, e immaginate i raggi luminosi dell'indice sinistro che vanno all'occhio destro, e i raggi luminosi dell'indice destro che colpiscono l'occhio sinistro; immaginate questi raggi densi, materializzati: essi si incrociano dunque in un certo punto. Mantenete l'insieme delle vostre mani e della vostra testa in questa posizione, per così dire cristallizzata, e provate con l'indice e il pollice destro ad afferrare il punto di intersezione di questi raggi cristallizzati; aprite gli occhi e constatate l'errore commesso (se ce n'è). Ricominciate la stessa cosa, provate ad afferrare il punto di intersezione con la mano sinistra; aprite gli occhi e constatate che avete preso un altro punto. Questo modo di agire permette di distinguere tra gli errori oculari e gli errori manuali di origine cinestetica.

Se si esaminano in modo dettagliato un grande numero di persone, si scoprirà che, quando gli scarti tra i valori delle immagini di sé e i dati più obiettivi o reali sono dell'ordine del 100%, l'uso di questa parte del corpo è generalmente difettoso. Per esempio: le persone che, d'abitudine, mantengono il loro petto in stato di espirazione esagerata, scopriranno che nella loro immagine di sé, il petto è rappresentato due o tre volte più spesso di quanto non lo sia in realtà; e viceversa: le persone che abitualmente mantengono il loro petto in stato di inspirazione esagerata scopriranno che nella loro immagine di sé, lo spessore del petto è sottostimato. Un esame dettagliato di tutto il corpo e in particolare del bacino e della regione genitale e anale dà più di una sorpresa.

Se pensiamo che l'uso di sé non ha altro riferimento se non l'immagine di sé, possiamo ben capire le difficoltà che si incontrano per il perfezionamento di una qualsiasi azione. Si immagina che, avvicinando e migliorando l'immagine di sé fino ad una migliore approssimazione della realtà, si migliorerà il modo d'agire in generale e questo darà risultati molto più rapidi e su tutta l'estensione dell'attività, di quanti non se ne sarebbero ottenuti attraverso un esercizio concepito e applicato ad ogni singola azione.

L'AZIONE MUSCOLARE

Senza la muscolatura, liscia e striata, che traduce in termini per noi significativi, comprensibili, ciò che avviene nel sistema nervoso, tutto ciò che vi accade non sarebbe altro che una serie di reazioni chimiche lente, una sorta di attività di impulsi elettrici che non contengono in sé alcuna informazione significativa per l'uomo se non per quanto riguarda la chimica e l'elettricità. In base a tali reazioni e a tali impulsi non si potrebbe mai sapere, senza la trasduzione muscolare, se il sistema nervoso percepisce la bellezza, vede rosso o verde, bello o brutto, gradevole o sgradevole. E' la muscolatura liscia che traduce questi impulsi nella vita interiore di ciascuno di noi, ed è la muscolatura striata che collega il sistema nervoso con l'ambiente circostante.

Allo stato attuale della nostra conoscenza i muscoli sono il solo mezzo che ci consente di esprimere in termini umani l'insieme dell'attività chimica ed elettrica del sistema nervoso.

Lo studio approfondito dell'attività muscolare dal punto di vista del funzionamento del sistema nervoso è dunque d'importanza primordiale. Diciamo subito che qualsiasi evento si produca nel sistema nervoso non diventa cosciente e non e percepito da noi come sensazione o sentimento, come umore o azione se non al momento in cui arriva alla muscolatura periferica, intendendo per periferia anche i passaggi mucosi, dalla bocca all'ano. Fra questi dobbiamo anche includere la muscolatura dei capillari e di tutto il sistema sanguigno.

Il cervello stesso sembra essere insensibile alla maggior parte delle eccitazioni alle quali la periferia reagisce con violenza. Ci si rende conto di un'azione nociva sulla materia del cervello nella misura in cui essa produce un'azione alla periferia che diventa pertanto cosciente.

Con le onde corte o i raggi X si possono distruggere o bruciare ossa, tessuti interni senza che nulla venga percepito; se ne acquisisce coscienza solo quando è raggiunta la periferia. Non abbiamo la minima idea di quel che accade nel duodeno, nella vescica prima della distensione dei loro sfinteri; è quest'ultima, la distensione, che perviene alla nostra coscienza. La formazione dei calcoli renali o biliari passa inosservata fino al momento in cui essi dilatano lo sfintere corrispondente con il loro passaggio. La distruzione causata da una carie dentaria è percepita solo nel momento in cui induce una reazione nei capillari e nei tessuti esterni delle gengive.

Nel corso dell'evoluzione della vita sulla terra, il sistema nervoso e la muscolatura, dalla loro evoluzione primaria fino ai giorni nostri, hanno dovuto adattarsi al campo di gravitazione del globo terrestre. La maggior parte dell'attività del sistema nervoso e della muscolatura, oltre che a mantenere la temperatura e preservare l'ambiente chimico necessari alla sopravvivenza di questi due sistemi, è impegnata a garantire la sopravvivenza e lo spostamento del campo di gravitazione. La nostra stessa classificazione della vita animale in genere si basa sostanzialmente sul sistema di spostamento: distinguiamo il pesce che nuota nell'acqua, l'uccello che vola, gli animali che strisciano, scivolano o si arrampicano, quelli che camminano a quattro zampe, i bipedi ecc.

E' necessario tener ben presente una proprietà molto generale dell'azione muscolare: se proviamo a muovere leggermente l'indice, poi tutta la mano, poi l'avambraccio, infine tutto il braccio e cerchiamo di valutare lo sforzo insito in ciascuno di questi movimenti, potremo constatare che si compiono tutti con la stessa facilità. Ebbene, dal punto di vista lavoro in campo gravitazionale, i movimenti dell'indice richiedono un lavoro di qualche gm x cm, quelli della mano di qualche migliaio di gm x cm, quelli dell'avambraccio qualche decina di migliaia di gm x cm, quelli di tutto il braccio molto di più ancora. Si vede dunque che la sensazione muscolare dello sforzo non misura affatto il lavoro compiuto, ma qualcos'altro e, precisamente, la qualità dell'organizzazione del movimento.

La quantità di lavoro compiuta può variare da un gm x cm a un milione di gm x cm, pur rimanendo immutata la sensazione di sforzo. Solo quando si verifica ostacolo, impedimento e ci si mobilizza in modo inadeguato per superarlo si avvertirà una sensazione di maggiore sforzo; tale sensazione di incremento di sforzo non corrisponde necessariamente all'aver compiuto un lavoro maggiore. Possiamo dire, molto in generale, che le sensazioni e i sentimenti ci rendono conto dell'organizzazione interna, della mobilizzazione e non delle differenze che si possono misurare o verificare attraverso la realtà oggettiva.

Dal momento che sentimenti e sensazioni non ci informano dell'atto realmente compiuto, siamo costretti a ricorrere al processo mentale, al giudizio, alla comprensione, al sapere per poter adattare i nostri sentimenti e le nostre sensazioni all'effetto auspicabile. Senza questi mezzi, gli errori commessi potrebbero, nella maggior parte dei casi, essere anche fatali.

Dal momento che agiamo in base all'immagine di sé formatasi in modo casuale e che tale immagine è sostanzialmente costituita da sentimenti e sensazioni, è facile provare come negli atti che implicano l'uso di sé nelle parti dell'immagine di sé che non sono chiare, vale a dire quelle che non sono parte integrale di questa immagine, si può arrivare a commettere errori che arrivano fino a sostituire quel che si crede di fare con l'atto contrario oppure compiere un atto che non ha alcun rapporto con quello che si ha intenzione di fare, senza accorgersene.

Nell'esercizio di rotazione del tallone e delle dita dei piedi, capiteranno probabilmente dei momenti in cui farete movimenti contrari a quelli che avevate la sensazione di fare: spesso ve ne accorgerete e tale percezione provocherà un'interruzione nel filo delle immagini di orientamento. Di norma è molto raro che ci accada di perdere il controllo del tallone o del piede al punto di non saperne la collocazione nello spazio o quel che ne stiamo facendo. Infatti, di solito non ricorriamo al processo mentale per verificare se c'è corrispondenza fra i nostri atti e l'effetto desiderato, poiché ci limitiamo ad agire secondo quella parte di immagine di sé formatasi nell'infanzia fino all'età di 14 anni circa e di cui siamo più o meno soddisfatti: ed è raro che ci azzardiamo a completare tale immagine.

Continuiamo così a servirci solo di ciò che si è formato nella giovinezza quando lo slancio vitale permetteva sforzi diventati difficili più tardi. D'altro canto, nella giovinezza il tempo che ci si può concedere per questo apprendimento è raramente razionato come avviene in età adulta. E' utile sottolineare che questo razionamento soggettivo che ciascuno compie del proprio tempo esaurisce tutte le nostre risorse creative.

Non mi è facile fornire l'esempio di un atto che sia al di fuori dell'immagine di sé per qualsiasi individuo, il che rende difficile convincere tutti con lo stesso esercizio del fatto che si compie spesso l'atto contrario o un atto completamente diverso da quello che si crede o che si ha l'intenzione di fare.

Proviamo comunque l'esercizio seguente che riesce abbastanza spesso. Mettete il palmo della mano destra sull'ombelico, con le dita verso la sinistra. Provate a portare il gomito destro davanti a voi, in modo da formare un angolo retto fra l'avambraccio e il dorso della mano. Se non ci riuscite, provate ad appoggiarvi al tavolo o a terra per rendervi conto che non vi è in sé alcuna difficoltà ad ottenere un angolo retto fra il dorso della mano e l'avambraccio. Provate ora nuovamente, in un altro modo: mantenete l'angolo retto fra il dorso della mano e l'avambraccio e cercate di mettere il palmo della mano, così organizzata, sull'ombelico, come all'inizio. Rendetevi conto se ci siete riusciti. In caso contrario, avete notato il momento in cui la mano ha abbandonato la configurazione precedentemente assunta e ha ceduto - facendo dunque esattamente il contrario di ciò che voi volete fare - per stabilire il contatto con l'ombelico? Come mai la mano, che è la parte più utilizzata e più abile dei nostro corpo per compiere movimenti volontari, non vi ubbidisce, a tal punto che i muscoli flessori agiscono da soli mentre voi volete mantenere una contrazione degli estensori?

Per imparare a fare questo movimento a proprio piacimento in modo corretto bastano solo pochi secondi ma, come, si è già detto, non si tratta di imparare un'azione o un'altra: quel che ci interessa è la dinamica dell'uso in sé in generale.

Tale preoccupazione nei confronti della costituzione e della chiarificazione dell'immagine di sé, indotta dall'aver rivolto la propria attenzione all'orientamento spaziale e temporale per ottenere una maggiore conoscenza di sé, non è nuova come si potrebbe credere. Gli artisti che creano: pittori, musicisti, poeti, uomini di scienza, filosofi, ecc. si applicano costantemente, senza pensarci espressamente nei termini in cui l'abbiamo fatto noi, all'ampliamento e alla chiarificazione dell'immagine di sé nell'ambito particolare cui si interessano.

Così, ad esempio, il pittore davanti alla sua tela, mentre prova a fare un ritratto, che si tratti o meno di pittura figurativa, cerca di rendersi conto dei sentimenti e delle sensazioni che egli prova davanti a ciò che vede, così come dello stato di mobilizzazione e del peso della sua mano che guida il pennello, cosicché questa si orienti con l'intensità che la sua sensazione giudica necessaria per tradurre con precisione ciò che sente. Spesso fisserà, sempre più da vicino, i contorni del tratto voluto fino ad esserne pienamente soddisfatto: e troveremo che numerosi pittori lasciano sulle proprie tele le tracce delle loro ricerche.

Il poeta soppesa le parole, la loro lunghezza, il loro suono, i rapporti che le legano l'una all'altra, e non solo il loro significato, fino al punto in cui l'insieme traduca il suo sentimento o il suo pensiero. Fa dunque con le parole ciò che noi facciamo con il tallone e anch'egli amplia, chiarifica e rende più precisa e più cosciente l'immagine di sé in questo ambito. In questi due esempi come nel movimento del piede, una ripetizione meccanica dell'azione non sarebbe altro che un lavoro muscolare e non uno sviluppo. Questo ci porta direttamente a definire con chiarezza le esigenze della qualità essenziale di un esercizio utile per ampliare e chiarificare l'immagine di sé: in un modo o nell'altro, deve far progredire l'orientamento cosciente onde consentire azioni nuove o migliori: proprio come l'esercizio del tallone porta a un uso migliore della gamba in generale.

La ripetizione meccanica senza applicare la propria attenzione a quel che accade e a quel che si sente nel corso dell'azione, senza porre tale attenzione sull'immagine nel suo insieme e sulle sue ripercussioni nell'entità non può essere considerata altro che un lavoro certamente utile, ma che non aggiunge nulla allo sviluppo. Così, il postino che cammina tutto il giorno non diventerà campione di marcia se non servendosi della sua attenzione per rendere coscienti le modalità della sua azione, cioè occupandosi dell'orientamento spaziale e temporale della propria immagine di sé. Quanto abbiamo detto vale anche per l'atleta, il quale, fidando unicamente nella ripetizione meccanica, resterà sempre allo stesso punto e farà solo progressi lenti e minimi.

Il tentativo di sviluppare l'immagine di sé deve essere preferibilmente compiuto in termini di generalità, completando l'immagine nelle sue grandi linee in tutte le direzioni e non solo negli ambiti in cui si ha un'esperienza più o meno estesa. Cosi, non sappiamo ancora preconizzare o concepire il miglioramento della respirazione attraverso una buona messa a punto della digestione, né la ripercussione di queste due funzioni sulla vista o sulla memoria. L'esperienza prova che il matematico non è un musicista come gli altri, che un poeta musicista non è un poeta come gli altri e un'immagine di sé più o meno completa darà personaggi quali Leonardo da Vinci o Shakespeare.

Per parlare infine dell'azione muscolare vera e propria, proviamo a tracciare alcune grandi linee direttrici. Uno stesso muscolo risponde a stimoli o impulsi di diversa provenienza, ad esempio il muscolo della palpebra può fare un movimento clonico in certi istanti di fatica o rispondere in modo riflesso al volo di un insetto verso l'occhio o rispondere alla volontà di chiudere o aprire l'occhio: la qualità della contrazione muscolare è molto diversa da un caso all'altro. I movimenti volontari hanno di particolare la caratteristica di essere reversibili, cioè che in ogni punto della traiettoria in cui si muove la parte del corpo in questione è possibile fermare il movimento, tornare indietro, riprendere la direzione iniziale o fare altro ancora. Nella parte dell'immagine di sé il cui apprendimento lascia a desiderare, la reversibilità è inesistente o lascia anch'essa a desiderare. Se, ad esempio, provate a ruotare la testa a destra e nello stesso tempo a ruotare gli occhi per guardare verso sinistra, verificate fin dai primi tentativi che cosa sia la non-reversibilità. Provate a fare i due movimenti una ventina di volte, badando a mantenere il ritmo continuo della respirazione durante l'esecuzione del movimento, fintanto che non riuscirete a compiere i due movimenti con la stessa semplicità con cui si guarda con gli occhi nella direzione della rotazione della testa; potrete constatare un cambiamento del tono della muscolatura della nuca dal lato della rotazione della testa come quando si prova a ruotare la testa a destra e a sinistra e troverete che il lato destro è favorito, in quanto l'angolo di rotazione sarà nettamente più ampio che non a sinistra e, inoltre, la rotazione a destra sarà più agevole e fluida. Ora vi è maggiore reversibilità dal lato destro e su più ampia angolatura.

Il vantaggio della nozione di reversibilità consiste nel fatto che applicandola ad un'azione qualsiasi, non soltanto questa si fa più fluida, ma l'ambito e l'estensione d'applicabilità dell'azione divengono più ampie. Nella maggior parte dei movimenti della vita, gli occhi e la testa ruotano dallo stesso lato e tale combinazione diventa abituale; più rara, invece, la combinazione inversa, tanto che, vedremo, molte persone non se ne sono mai servite.

Lo stesso accade per i movimenti del tronco e delle braccia che, nella vita di tutti i giorni, ruotano sempre nella stessa direzione degli occhi e della testa. Avremo dunque mancanza di reversibilità provando movimenti in cui le due braccia, o una delle due, devono muoversi in una direzione opposta a quella degli occhi e della testa. Ad esempio: se mettiamo il palmo della mano destra dietro alla testa e quello della mano sinistra sulla fronte e proviamo quindi a far ruotare la testa fra le mani da destra a sinistra, noteremo che un gran numero di persone sostituirà alla rotazione della testa fra le mani i movimenti abituali della propria immagine di sé, vale a dire la rotazione dell'intero tronco, compresi braccia e testa, a destra e a sinistra; gomiti, occhi e testa ruoteranno dunque in ogni momento nella direzione abituale senza che la persona se ne renda conto, anche se la sua attenzione è rivolta a tale movimento.

La combinazione dell'immagine di sé abituale è, in una certa misura, compulsiva, in quanto la persona non può scegliere di fare altrimenti: sostituisce all'azione proposta un'azione abituale senza minimamente dubitare che non sta facendo ciò che vuole.

Quando la mancanza di reversibilità è cosi pronunciata, è necessario ricorrere a dimostrazioni sottili per consentire nella persona la presa di coscienza della differenza tra ciò che fa realmente e ciò che si era proposta di fare. Applicando questa tecnica di reversibilità all'insieme costituito da occhi, testa e spalle, si proverà una sensazione simile a quella che si avverte nel trovare la soluzione a un indovinello o a un problema difficile. E' come se si fosse trovato un nuovo grado di libertà nell'uso di sé.

Le scuole esoteriche ricorrono ampiamente ad una tecnica che consiste in questo: gli adepti devono rimanere immobili in una posizione in cui possa sorprenderli il richiamo del maestro. Si mantiene questa posizione, per quanto faticosa e strana possa essere al momento del segnale. Mantenendola fino al segnale che permetterà di riprendere l'attività sospesa, si prende coscienza del l'orientamento relativo degli arti, degli sforzi inutili delle parti del corpo, di quelle ignorate o trascurate dell'immagine di sé che non partecipano al movimento: riprendendo l'attività, si possiede una maggiore reversibilità, poiché di fatto questa tecnica è analoga a quella di cui vi stiamo parlando. Gurdjieff la definiva "La tecnica dello stop" e ne faceva ampio uso.

Tramite una scelta attenta e appropriata di esercizi di questo genere si riesce ad abbattere il limite imposto da un arresto di sviluppo che circoscrive le configurazioni possibili, nell'attività, a quelle che l'abitudine ha reso familiari. Il miglioramento dell'immagine di sé ha dunque l'effetto di aumentare ed ampliare il numero e la varietà delle configurazioni e delle azioni accessibili all'uso; ed è così che un miglioramento della reversibilità va di pari passo con una ripresa dello sviluppo generale della coscienza nei suoi rapporti d'orientamento nel tempo e nello spazio.

L'orientamento è così strettamente legato alla coscienza che si tende ad attribuirgli le prerogative della coscienza in generale. Prima che la testa e gli occhi riprendano l'abituale contatto con lo spazio e si orientino nei rapporti consueti e familiari con la verticale nel campo gravitazionale, non si possiede il comando di sé.

Vi sarà capitato di svegliarvi in un letto non familiare, o anche nel vostro, e di trovarvi orientati in modo diverso da quando vi siete coricati; e se al momento del risveglio non ritrovate immediatamente il vostro orientamento familiare con lo spazio, avvertirete un'incapacità a riprendere il "comando di sé" fino al momento in cui prenderete coscienza di una carenza rispetto all'orientamento abituale o in cui ritroverete casualmente tale orientamento.

Anche in stato di veglia si può avvertire, una lacuna o un'interruzione della continuità cosciente quando vi è sorpresa o mancanza di continuità nell'orientamento. Ad esempio, nel salire le scale, se, per una qualsiasi ragione, ci si aspetta di trovare l'ultimo scalino e accade invece che il piede non lo trovi, si verifica non solo uno choc meccanico del corpo, ma anche una rottura netta nella continuità della coscienza. Parimenti, nello scendere, se si trova il pavimento laddove invece ci si aspettava ancora uno scalino, si verifica lo stesso choc e la stessa rottura di coscienza.

La ripresa di coscienza da parte di chi l'ha perduta si esprime con la domanda "Dove sono?". Sul piano soggettivo, una lacuna nel susseguirsi delle immagini di orientamento viene certamente avvertita come una lacuna cosciente.

Rimane da convincersi del fatto che il rapporto fra coscienza e orientamento ha un significato di valore più generale. L'applicazione metodica e oculata della nozione di reversibilità all'immagine di sé dà, nel tempo, i risultati seguenti:

1) rende coscienti le configurazioni e i rapporti dello scheletro;

2) riduce e porta allo stesso livello il tono latente di tutta la muscolatura;

3) riduce lo sforzo in tutti i campi dell'attività;

4) semplifica la mobilizzazione di sé e, pertanto, l'intraprendere qualsiasi azione;

5) aumenta la sensibilità, cioè permette di individuare anche le minime varia zioni dalla norma;

6) migliora la capacità d'orientamento;

7) aumenta la versatilità dell'intelligenza;

8) riduce la fatica aumentando dunque la capacità di lavoro e di perseveranza;

9) migliora l'atteggiamento, la respirazione e ringiovanisce dunque il corpo;

10) migliora la salute in generale e la capacità d'azione;

11) migliora il coordinamento in ogni tipo di attività;

12) facilita l'apprendimento in qualsiasi ambito, mentale o fisico;

13) permette una conoscenza di sé più approfondita.

La riduzione e l'equalizzazione del tono latente della muscolatura, insieme all'integrazione della coscienza dello scheletro, permette a quest'ultimo di svolgere la sua funzione strutturale nel campo di gravità, cioè di annullare la componente verticale di compressione prodotta dal peso del corpo o dei suoi elementi. La muscolatura viene dunque liberata dal carico del peso, il che consente di iniziare ogni atto con uno sforzo minimo che, nel caso ideale, sarà prossimo a zero.

Chiariamo meglio: stando in piedi, con le gambe troppo divaricate, il movimento da destra a sinistra richiede uno sforzo maggiore che non tenendo le gambe più ravvicinate. Il movimento in avanti e all'indietro è possibile solo facendo un movimento preliminare per indurre la componente verticale di compressione a passare longitudinalmente attraverso lo scheletro della gamba, che, con le sue forze elastiche, lo annullerà e permetterà lo spostamento in avanti o all'indietro con uno sforzo minimo. Nel caso ideale tale sforzo sarà pari a quello necessario per vincere la resistenza dell'aria e la resistenza dell'attrito nelle articolazioni.

Un uso migliore e generalizzato dello scheletro mette in gioco tutte le superfici articolari e intervertebrali fino al limite delle possibilità strutturali anatomiche di queste superfici. Il più delle volte, il limite che ci imponiamo in buona fede e che attribuiamo alla mancanza di agilità e flessibilità è dovuto alla contrazione e all'accorciamento dei muscoli che, per abitudine o mancanza di valutazione cosciente, conserviamo a nostra insaputa e che, una volta diventati abituali, si traducono in deformazioni e usure non uniformi delle superfici intervertebrali e interarticolari.

La degenerazione delle articolazioni dello scheletro richiede una nuova limitazione della muscolatura onde evitare dolori e difficoltà nel movimento: si forma così un circolo vizioso che porta alla deformazione dello scheletro, della colonna vertebrale, dei dischi intervetebrali e che rende senile il corpo e riduce l'estensione e la varietà dei movimenti molto prima che non lo giustifichi l'età. L'esperienza ci mostra come l'età non abbia che un'influenza minima su tali limiti e come sia possibile ripristinare la capacità del corpo di fare tutti i movimenti consentiti dalla struttura anatomica dello scheletro.

Fino ai sessant'anni, con persone più o meno sane, senza malattie serie, si può arrivare a questa condizione straordinaria con un'ora di lavoro per ogni anno di vita. In casi di intelligenza limitata è necessario aggiungere una mezz'ora circa per ogni anno di vita. Oltre i sessant'anni l'intelligenza e l'attaccamento alla vita determineranno il tempo necessario per giungere allo stesso risultato.

L'UNITA' ESSENZIALE DELLA MENTE E DEL CORPO

L'idea conduttrice cui si ispira questa tecnica è la seguente: per lo meno nel corso dell'azione, le manifestazioni mentali e fisiche sono due diversi aspetti di un unico funzionamento. Le manifestazioni fisiche e mentali non sono due serie di fenomeni collegate da una qualsiasi corrispondenza, bensì due facce di una stessa entità, come le due facce di una medaglia. E' probabile che sia proprio la formazione in serie del linguaggio nel tempo o la linearità che ha determinato la genesi in serie del nostro pensiero che rende impossibile l'espressione simultanea di due aspetti.

A meno che non si inventi un vocabolario speciale o una notazione, come avviene in matematica, siamo costretti ad attuare la separazione di questi due aspetti pur desiderando il contrario. Persino il concetto più astratto, quello di numero, ad esempio, non è indipendente dal supporto fisico del sistema. La velocità del pensiero è strettamente connessa alla velocità dei processi della corteccia motoria. Il tempo necessario per pensare e identificare l'uno dopo l'altro gli intervalli numerici compresi fra venti e trenta è più lungo di quello necessario per identificare gli stessi intervalli da uno a dieci, in quanto il pensiero è collegato anche sul piano non verbale, all'articolazione dei numerali, nel primo caso più lunghi che non nel secondo. Allo stesso modo, il pensare "a destra" o "a sinistra" si compie con la velocità dell'attivazione dei muscoli oculari.

Il sistema nervoso dell'uomo consente, grazie ad un apprendimento appropriato, di eliminare l'attivazione delle muscolature della laringe e dell'occhio e, pertanto, di accelerare in qualche misura il processo mentale. Esso rimarrà comunque sempre limitato alla velocità di ciò che accade nella corteccia motoria. La lettura di una pagina è legata alla velocità della percezione oculare: non possiamo dunque pensare il contenuto della pagina alla velocità voluta. In quest'ultimo caso e ancora possibile accelerare i processi mentali dissociandoli parzialmente dai processi muscolari associati.

Ciò che ci interessa è che il pensiero è un aspetto del funzionamento di un supporto fisico del processo mentale. Più esaminiamo da vicino, più è difficile trovare un atto mentale che si compia senza che lo si possa attribuire ad un funzionamento connesso al suo supporto fisico. Le moderne idee sulla struttura della materia porteranno forse a vedere in essa solo una manifestazione di energia, o qualche cosa di attenuato quale il pensiero stesso.

La familiarità di alcuni fenomeni ce li rende oscuri, tanto che non riusciamo più a vederli con chiarezza. La velocità è per noi una cosa reale, tangibile, misurabile; eppure non è possibile toccare o misurare una velocità, poiché di fatto la velocità non è altro che un'astrazione. Per misurare la velocità, dobbiamo prendere nota dei cambiamenti di posizione di un supporto fisico. Possiamo anche andare oltre e misurare un'astrazione dell'idea di velocità, peraltro già astratta: possiamo infatti misurare l'accelerazione e la decelerazione, sempre a condizione di osservare il cambiamento del tipo di spostamento di un supporto fisico. Facciamo anche una terza astrazione tracciando la curva di variazione dell'accelerazione. Questa analogia è poi veramente tanto lontana da quanto accade in noi quando pensiamo?

Osservate almeno l'analogia, nell'ordine dell'astrazione, con un processo mentale: leggo una pagina meccanicamente; mi esamino: l'ho capita? Rileggo la pagina e questa volta mi osservo per rendermi conto se capisco. La rileggo una terza volta osservandomi: perché non ho capito niente alla prima lettura e come mai? Ben note sono anche altre astrazioni di ordine più elevato.
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